Non ci siamo.
So che seguire la crescita dei propri figli è un processo meraviglioso ma anche doloroso. So che vederli imparare a muoversi e giocare è bellissimo mentre quando sbagliano si soffre per loro. So che non si vorrebbe mai che affrontino difficoltà e che si perde l’obiettività quando si tratta di giudicarli.
Sabato, durante e dopo la partita, ho visto gli sguardi torvi di parecchi papà e non certo per la sconfitta subita per 3-0 oppure per il cattivo gioco della nostra squadra.
Fino all’anno scorso le loro “piccoline” giocavano a minivolley senza pensieri per il risultato, sempre in campo come prevede il regolamento, praticando l’attività sportiva in modo giocoso.
Ora fanno parte di una squadra, un gruppo di 15 o 16 atlete che si preparano negli allenamenti e si confrontano l’un l’altra per poter essere in campo nella partita.
Rispetto a prima la differenza è enorme: devono imparare quella che si chiama “disciplina sportiva” cioè che l’impegno che mettono nell’allenamento oltre che essere sano e divertente, è lo strumento necessario per migliorarsi, per evolvere sia tecnicamente che culturalmente; devono imparare che non sono più solo dei piccoli individui che godono o soffrono solo per sé e il proprio ambito famigliare, ma che sono inseriti in un meccanismo in cui vi sono relazioni sociali di gruppo e gerarchie da rispettare; devono imparare l’agonismo cioè la durezza del vincere o perdere, del giocare bene o male, del giocare tanto o poco, del giocare o non giocare. Giocare non è più un diritto in quanto bambina ma un premio che arriva con tanti se: se vanno a tutti gli allenamenti, se si impegnano, se imparano, se sono dotate, se superano il giudizio dell’allenatore.
Sembra una enorme montagna da scalare ma non lo è; la nostra esperienza ci insegna che nel giro di un anno le ragazze imparano le regole del gruppo, imparano a godere di quello che fanno e a sopportare le differenze all’interno dello stesso, perchè apprezzano di più il fatto che si allenano e che fanno parte di una squadra, piuttosto che la sola soddisfazione di stare in campo.
Quando anche tutte avranno imparato a giocare e ad allenarsi con impegno e costanza, ci saranno ancora grandi differenze tra chi è più dotata o meno e il vincolo agonistico del risultato imporrà sempre di più le sue regole tra chi gioca e chi gioca poco. E allora? Nella vità c’è sempre chi è più fortunato ma tutto quello che si raccoglie durante questo percorso formativo rimane nel bagaglio individuale di ciascun atleta, anche di chi non gioca mai.
Avrà imparato a rispettare gli orari, a rispettare gli impegni, a rispettare le compagne e l’allenatore. Avrà imparato a tenersi in forma, a condividere gioia e tristezza con le compagne di squadra, avrà imparato a porsi un obiettivo e a perseguirlo con tenacia, avrà giocato tanto negli allenamenti stando lontana da altri ambienti meno sicuri e sani.
Certo, non siamo tutti uguali e magari a qualcuno ciò non interessa o non basta, però questo è quello che offre la nostra società di pallavolo , con il volontariato delle mamme e dei papà che si accollano l’impegno di fare da dirigenti di squadra e segnapunti per le proprie figlie e con il volontariato di chi come me, l’allenatore Angelo e tanti altri collaboratori, si impegnano per passione a nostre spese.
Chi fa fatica ad imparare questa logica della disciplina sportiva sono i genitori. Quando si tratta della loro bimba rimangono accecati e perdono di vista tutto il contesto. Pensano una varietà di cose in proposito:
“dovrebbero giocare tutte”
“l’allenatore ce l’ha con mia figlia”
“mia figlia è più brava e dovrebbe giocare lei”
“se non la fa giocare come fa ad imparare”
“se la fa entrare troppo poco allora era meglio che non entrava”
” se non la fa giocare allora era meglio che stava a casa”
“sgrida sempre solo mia figlia”
“l’allenatore non è capace infatti le altre sono più brave” (quando si perde)
“quando la mia sbaglia la toglie subito e invece l’altra sbaglia e non la cambia mai”
“l’allenatore non è capace, sono le altre che sono scarse” (quando si vince)
Tutte considerazioni che sono sbagliate oppure non obiettive e comunque deleterie per la squadra. Pensieri che fa chiunque (anch’io ho le figlie che giocano e non sono immune) ma che devono tassativamente rimanere pensieri. Perchè se si trasformano in parole, improperi o insulti allora le cose cambiano.
In primo luogo si dà il cattivo esempio alle proprie figlie impersonando il difensore contro le ingiustizie che però fallirà davanti all’imperturbabilità della società nelle proprie scelte. Gli si fa credere che tutti sbagliano tranne loro e che contano più loro delle altre.
Poi si ferisce, chi più chi meno, tutti coloro che si impegnano per consentire che esista questa opportunità di fare sport.
Mi piace ricordare che in Italia esiste il diritto allo sport ma che tradotto in pratica significa solo avere accesso agli impianti sportivi in cambio di denaro ( per noi si tratta di oltre 10.000 euro l’anno) esattamente come prenotare per poi giocare a calcetto o a tennis. Tutto il resto ce lo mettiamo noi. E non mi riferisco alle divise o ai palloni ma all’assunzione di responsabilità, alla dedizione nel rispettare impegni e scadenze, all’organizzazione di tutto dalle iscrizioni allo smontare la rete.
Detto questo posso dire che c’è sempre spazio per qualsiasi dialogo e chiarimento (non a fine partita!) e che nessuno è perfetto.
Il mio ideale di genitore è quello che apprezza i miglioramenti della figlia e della squadra, che fa sempre il tifo e che trova più divertente seguire la squadra della figlia che non starsene sdraiato sul divano; perciò sono stato molto contento di vedere tutta quella gente sabato sostenere la squadra nonostante la netta inferiorità rispetto alle avversarie, accentuata dal tentativo di applicare uno schema difensivo evoluto ma di difficile applicazione. Ci vorrà ancora del tempo prima che si automatizzino spostamenti e gesti tecnici, solo se ci sosterrà la battuta come le partite precedenti potremo ancora vincere altrimenti …
M@u