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Mi fa piacere parlare del progetto che coinvolge il mini volley Senago, mi da l’opportunità di parlare di come io lavori, quali sono gli  obiettivi e la metodologia. Raccontare, 33 anni di esperienza con i bambini e i giovani, non è impresa facile per nessuno, men che meno per me, che non ho, per vocazione o natura, la capacità di sintesi e in più quando parlo di bambini, si rompe anche la clessidra.

Oggi però, proverò a sintetizzarlo con poche parole. Parto subito col dire che, specializzare i bambini ad uno sport specifico, qualunque esso sia, è un grande errore, i bambini dai 6 a 12 anni, hanno bisogno di un percorso diverso, dove tutto ciò che si proporrà, sia solo in funzione alla crescita psicofisica, ricordo che é qui che nasce l’atleta o la donna e l’uomo del futuro e  partendo da ciò, il mio lavoro è improntato alla ricerca della felicità e del divertimento, non della prestazione o della vittoria, queste si fa sempre tempo per ottenerle, ma se il percorso è sbagliato, il rischio è di creare non solo atleti pieni di dubbi e dunque di ansie, ma anche donne e uomini, che si trascineranno questi problemi, anche nella vita di tutti i giorni.

Il bambino non deve subire l’allenamento, ma viverlo, deve essere il protagonista  l’istruttore essere al suo servizio e non viceversa, come succede oggi. Prendendo piano piano, conoscenza e coscienza di se e del mondo che lo circonda. I miei esercizi, sviluppano tutte le capacità, da quelle coordinative-percettive a quelle cognitive-affettive, per finire con le capacità condizionali, tecniche e tattiche, ma tutto lo si farà con giochi, voglio che le bambine imparino trovando divertimento in ciò che fanno, senza parlare di stress o sacrificio.

Spesso pensiamo che la nostra esperienza e conoscenza, possano trovare soluzioni ai problemi degli altri, salvo poi verificare che i nostri saggi consigli vengono spesso disattesi. L’ ascolto, un ascolto che cerca di percepire soprattutto come l’altro viva un problema, viene il più delle volte inteso come un atteggiamento passivo, che non costituisce aiuto. Se si accetta l’ipotesi che, chiunque possieda gli strumenti per risolvere i propri problemi, la conoscenza è insita in ognuno di noi e quindi va stimolata. Sono proprio la comprensione e l’accettazione del punto di vista dell’altro, che possono così favorire una libera espressione delle proprie risorse e  il cambiamento; chi ascolta, a volte può diventare uno specchio nel quale l’altro può riflettersi e trovare così le proprie risposte.

L’esperienza che una persona farà, di prendere decisioni autonome, personali, potrà poi diventare un trampolino per affrontare meglio il suo futuro. Il percorso, trarrà spunto dall’attitudine intuitiva che tutti abbiamo di comprendere l’altro. Si affinerà così questa competenza, mettendo a fuoco gli atteggiamenti che favoriscano la relazione empatica, verificando quando l’accettazione e la fiducia che poniamo nell’altro, possa liberare le proprie potenzialità per maturare non una tecnica, ma un atteggiamento interiore, per educare alla libertà di espressione di se stessi, alla responsabilità e alla creatività.

Dunque il mio concetto di base è allenare si, ma rendendo i bambini autonomi, educandoli alla libertà saranno liberi dalle paure, quelle paure che da grandi diventeranno ansie o attacchi di panico. Per questo, si ha bisogno di genitori collaborativi e presenti, per creare non solo quella che io chiamo ” FIDUCIA EMPATICA ” tra me le bambine e i genitori, ma per creare quel ponte che mi permetterà di conoscere le bambine e così riuscire ad avere con ognuna, l’atteggiamento più corretto.

Naturalmente c’è tantissimo di più, ma ho cercato di essere il più sintetico possibile e dimostrare, come dare fiducia ai bambini o ai ragazzini, non è un delitto, ma è la forma migliore per renderli più forti e sicuri, consapevoli che rispettare la propria libertà è rispettare se stessi, ma anche la libertà , i pensieri e le idee degli altri!

VITO LAUDANI

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